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psicoterapeuta Torino Archivi - Dott.ssa L. Pugno Psicoterapeuta a Torino
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Non sempre le persone che hanno vissuto delle esperienze traumatiche riescono a parlarne, soprattutto quando riguardano traumi relazionali (traumi avvenuti nelle relazioni con gli altri: genitori, amici, insegnanti ecc). Questo può portare la persona a decidere di non cominciare un percorso psicoterapeutico, perché teme che raccontando quegli eventi sarà soverchiata emotivamente, ovvero che le emozioni che riproverà durante il racconto siano per lei emotivamente insopportabili.

La Flash Technique (FT) permette di lavorare sugli episodi traumatici senza doverli raccontare. Vediamo insieme come sia possibile.

Quali esperienze sono traumatiche?

Sono traumatiche tutte quelle esperienze che comportano uno stress emotivo importante, al punto che la mente non riesce ad usare le sue innate capacità di auto guarigione per superarle.

Ne sono un esempio quegli eventi che provocano una veloce e forte attivazione emotiva (come un incidente, una comunicazione drammatica e inaspettata), o quegli eventi che stressano la mente perché si ripetono nel tempo (ne sono un esempio gli eventi che portano a dire “piove sempre sul bagnato”, “non faccio in tempo a rialzarmi, che mi succede qualcos’altro”), o ancora eventi dove si viene isolati e/o umiliati.

Cosa succede quando si vive un trauma?

Dipende dall’età e dalle risorse personali con cui si può fare fronte all’evento.

Va da sé che più si è piccoli, più le esperienze significativamente negative possono trasformarsi in traumi, soprattutto se avvengono con figure di riferimento significative, o se gli adulti intorno non riescono a supportarmi.

Quando si vive un trauma, si ha una forte attivazione emotiva caratterizzata da iperarousal, che non sempre viene manifestata con comportamenti espliciti.

Questa attivazione porta la mente ad attivarsi per difendersi. Talvolta lo fa frammentandosi in parti in modo da mettere il ricordo in una parte di sé e mantenere un’altra parte sana, capace di rispondere alle richieste ambientali in modo adeguato.

Per questo motivo le memorie traumatiche sono frammentate.

Possiamo dire che un ricordo è traumatico se nel ricontattarlo abbiamo ancora un’attivazione emotiva disturbante.

Talvolta il ricordo non è più contattabile, ma ci accorgiamo della sua presenza perché la persona ha dei sintomi psicologici: ansia e/o tristezza che sembrano immotivate, rabbia poco controllabile, difficoltà relazionali o sessuali, sintomi somatoformi … (ovviamente questi sintomi non indicano certamente che c’è stato un trauma, ma possono essere un indizio da esplorare).

Come si aiuta la mente ad superare un trauma?

Un’esperienza traumatica non si risolve da sola.

Facciamo un esempio. Io vado nel bosco, sentono un fruscio nei cespugli, vedo un lupo, mi spavento e scappo. La mia mente creerà una memoria in cui il fruscio dei cespugli è associato alla presenza del lupo. Tutte le volte che andrò nel bosco, e sentirò un fruscio fra i cespugli, proverò paura, anche se per le successive 999 volte il lupo non ci sarà.

Anche se farò per 999 volte l’esperienza del fruscio in assenza del lupo la mia mente mi farà provare paura, perché ha registrato quel rumore associato al lupo ed è importante per la mia sopravvivenza che io provi paura.

L’unico modo per non provare più paura è che l’emozione di tranquillità quando sento il fruscio fra i cespugli arrivi prima della paura.

Per fare ciò in psicoterapia si usa una tecnica psicoterapeutica chiamata EMDR (guarda questo breve video per conoscere questa tecnica).

Quando si utilizza questa tecnica durante l’evocazione del ricordo, si sperimenta contemporaneamente nel corpo una sensazione di inizio di rilassamento che permette alla mente di modificare il ricordo rielaborarlo.

Come si interviene quando la persona sente di non poter nemmeno rievocare il ricordo senza sentirsi sopraffatta dalle emozioni?

Come dicevo prima la mente non modifica le emozioni associate al ricordo perché hanno una funzione protettiva, benché l’evento sia passato, anche da molto tempo.

La mente ci protegge da esperienze simili.

Se la persona sente che non può rievocare il ricordo senza venire sopraffatta dalle emozioni bisogna far sì che la mente provi una emozione piacevole prima di quelle spiacevoli.

Perché ciò avvenga si utilizza una tecnica psicoterapeutica chiamata Flash Technique.

Come lavora la Flash Technique? In che modo è diversa dall’EMDR?

Entrambe queste tecniche utilizzano una stimolazione bilaterale alternata dei due emisferi celebrali, però quando si usa l’EMDR si entra pienamente nel ricordo (o frammento di esso) che viene narrato, mentre quando si usa la Flash Technique non è necessario.

Con la Flash Technique si dice che si porta la mente a contattare solo la periferia del ricordo in modo che non ci sia l’attivazione emotiva spiacevole.

Non è quindi necessario nemmeno raccontare al terapeuta di quale ricordo si tratti.

Come è possibile elaborare un ricordo senza parlarne?

Prima di tutto vengono scelti dei Focus Emotivi Piacevoli (FEP) di cui parlare al posto del ricordo.

Le FEP devono avere delle caratteristiche particolari:

  • devono essere emotivamente coinvolgenti
  • non riguardare persone coinvolte nell’evento o che possono elicitare emozioni spiacevoli
  • possono riguardare un animale  del proprio passato, o del presente
  • una persona
  • un’attività preferita
  • un periodo piacevole
  • una musica, o una canzone
  • una vacanza ecc

Dopo aver scelto la FEP il paziente valuta il livello di disturbo del ricordo target su cui si vuole lavorare. Il livello del disturbo viene chiesto solo se la persona vuole raccontare l’evento, se no non lo si chiede, perché il solo chiederlo può portare ad una attivazione disturbante.

L’assunto della FEP è quello di non attivare il paziente. Non vogliamo che i pazienti ci pensino in modo esplicito, è sufficiente che il ricordo passi nella memoria a breve termine quel tanto che basta per elaborarlo.

E’ sufficiente notarlo, per poi passare a parlare della FEP. Mentre terapeuta e paziente ne parlano si fa tapping (stimolazione bilaterale alternata) sulle ginocchia. Periodicamente il terapeuta dirà la parola Flash, quando il paziente la sente deve chiudere rapidamente gli occhi per tre volte. Si fa così per 4/5 volte. Successivamente si chiede al paziente se nota qualcosa di diverso.

Si prosegue così finché il ricordo target non disturba più.

Il cambiamento iniziale riportato più spesso è che il ricordo sembra più lontano, meno coinvolgente.

Come si procede se l’elaborazione si blocca?

L’elaborazione si può bloccare (il disturbo scende, ma poi si blocca e non scende più) quando:

  • la FEP non è abbastanza coinvolgente
  • la persona va lo troppo dentro il ricordo e quindi blocca il processo
  • quando la mente ha la necessità che l’elaborazione avvenga in modo consapevole

In questi casi si procede cambiando la FEP, o procedendo con l’EMDR standard.

Quali sono i meccanismi d’azione?

Philip Manfield ipotizzò che i meccanismi d’azione potessero dipendere da 3 fenomeni:

  1. un’elaborazione “non verbalizzabile” (subliminale) che elude le difese consce
  2. una modificazione del processo di riconsolidazione della memoria
  3. Lo sviluppo di un Io che osserva, anziché di un Io che rivive l’evento, come avviene quando si utilizza la Mindfulness

La Flash Technique previene l’attivazione dell’amigdala, che lavora in contrasto con la corteccia prefrontale. Quando l’amigdala è attiva la corteccia prefrontale (area associativa, che si occupa dell’elaborazione dei ricordi disturbanti) si inattiva e l’opposto.

Il battito di ciglia permette di ricontattare il ricordo in modo così rapito, da non riesporsi al trauma.

Quanto tempo impiega la mente ad elaborare un ricordo traumatico con l’EMDR e con la FT?

Va da sé che ogni persona ed ogni ricordo sono diversi.

Per mia esperienza personale il tempo minimo che la mente di un paziente ha impiegato per elaborare un ricordo disturbante con l’EMDR è stato di 20 minuti, mentre il tempo massimo è stato di 7 sedute.

Con la Flash Technique il tempo minimo è stato di circa 15 minuti e quello massimo di 45 minuti.

Si capisce che la FT può accorciare i tempi di elaborazione del trauma, ma che sono anche necessarie più FEP nel caso in cui si debba parlarne per 45 minuti.

Ci sono avvertenze particolari?

Sì, La Flash technique non è una bacchetta magica. Per essere efficace va utilizzata all’interno di un percorso psicoterapeutico.

Esempi di casi clinici.

Riporto qui brevemente 3 situazioni in cui ho utilizzato la FT.

  1. Una collega mi ha inviato una sua paziente, perché dopo un annetto di terapia le diceva che c’erano degli episodi che aveva vissuto con il padre, che avevano delle ricadute sulla sua vita attuale, ma di cui non riusciva assolutamente a parlare.

Per quando ci siamo viste la paziente aveva fatto mentalmente una lista di una decina di episodi di cui non riusciva a parlare e che la facevano tutti soffrire molto.

Siamo partite dal più antico e abbiamo proceduto in ordine cronologico sui primi 3 episodi, utilizzando come FEP i suoi animali domestici. Per portare il disturbo a zero, ogni ricordo ha richiesto circa 15 minuti, I successivi ricordi si sono depotenziati autonomamente e non è stato necessario lavorarci.

La paziente ha poi ripreso il lavoro terapeutico con la collega potendo lavorare sulle difficoltà del presente.

2 Dopo qualche anno dalla conclusione della terapia mi ha ricontattata un paziente. Abbiamo ripreso il lavoro psicoterapeutico su un evento accaduto di recente e il paziente ha poi riportato nuovamente alla mia attenzione la sua difficoltà a leggere ad alta voce in presenza di altre persone. Questa difficoltà lo penalizza nel lavoro.

Abbiamo deciso di affrontarla con la FT prima lavorando sul più antico ricordo target che aveva, e successivamente abbiamo lavorato sul presente depotenziando il disturbo che provava mentre leggeva ad alta voce davanti a me. Come FEP abbiamo utilizzato la sua passione per la pesca subacquea.

L’elaborazione ha richiesto una seduta. Successivamente il paziente ha riportato di riuscire a leggere davanti ai colleghi senza difficoltà, e di usare anche le vocine.

3 Sono stata contattata da una donna perché quando guida le viene un attacco di panico. Durante i primi colloqui conoscitivi, mentre mi racconta com’era la sua vita quando è cominciato il disturbo, piange molto. In quel periodo ha vissuto un lutto perinatale di cui quasi non riesce a parlare a causa dell’attivazione emotiva. Concordiamo di lavorarci con la FT.

In questo caso abbiamo lavorato usando lo schema classico dell’EMDR, cioè lavorando in sequenza sul passato, sul presente e sul futuro. Abbiamo cominciato con gli episodi legati al lutto, per poi passare al vicino anniversario della perdita e successivamente alla prossima volta che ne avrebbe parlato con il marito. Come FEP abbiamo utilizzato i viaggi che aveva fatto.

L’elaborazione ha richiesto 2 sedute. Al momento non ha più avuto attacchi di panico alla guida.

Fonte: Luigina-Pugno

“La terra è piatta” “Non siamo mai stati sulla luna” “Il riscaldamento globale non esiste” “I vaccini servono solo per ingrassare Big Pharma” “Svegliatevi!” “Ci stanno ingannando, per controllarci” “forse non sai che …” “Il covid-19 è stato prodotto in laboratorio per farne un’arma batteriologica e ci usano come cavie” “Il covid-19 non esiste. E’ un’invenzione del governo per controllarci”

E tante altre ancora sono le frasi comuni, che escono dalla bocca, o meglio dalla tastiera del complottista.
Una personalità (?) che sempre di più sentiamo nominare, anche ai tempi del coronavirus.

Innanzitutto cos’è un complotto? Il complotto è una cospirazione segreta ai danni di qualcuno. Di solito qualcuno lo scopre dopo un’inchiesta giornalistica, e denunciato.

Chi è il complottista? Vista la definizione il complottista sarebbe colui che complotta, ma quando si riferisce ad una persona che li vede negli argomenti “caldi” del momento, il complottista diventa colui che scopre e rivela un complotto. Una persona che non è vittima di un complotto, ma lo usa.

Quali sono le sue caratteristiche? Di sicuro non è un giornalista che fa inchieste, perché il complottista non legge più e più articoli, non fa ricerche su riviste specializzate, non è nemmeno uno studioso dell’argomento. Il complottista le cose che rivela le trova già in rete e soprattutto non verifica l’attendibilità delle fonti. Le fonti sono vaghe, conoscenti di qualcuno, altri complottisti, riviste con nessuna credibilità e, ahimé, qualche laureato in medicina, o lauree scientifiche, ma non dell’argomento di cui si parla, qualche laureato nell’argomento che sembra essersi dimenticato la serietà di ciò che ha studiato.
Lo scopo del suo comportamento è attirare l’attenzione generando dubbi, preoccupazioni, indossando il mantello del rivelatore/salvatore. L’attenzione che riceve lo gratifica, sia essa favorevole o contraria. Lo fa sentire superiore, perché lui si che sa quella cosa, che gli altri ignorano. E’ totalmente auto centrato e non gli importa realmente dell’altro, gli importa che lui riceva visibilità. Non gli importa di creare un danno all’altro diffondendo notizie false, gli importa di stare bene lui.
E’ una persona che crede che ci siano risposte semplici a problemi complessi, e che la via per liberarsi dal complotto sia boicottare chi ci controlla.

Il complottismo è un disturbo mentale? Il fulcro emotivo e cognitivo su cui ruotano le sue emozioni e i suoi pensieri è il sospetto. La dinamica relazionale è basata sulla persecuzione e sul controllo. Sull’idea/sensazione che qualcuno voglia fargli/ci del male. I suoi sospetti sono inattaccabili, perché poggiano sul verosimile. Le argomentazioni contrarie confermano ancora di più l’esistenza di qualcuno che gli è contrario. La convinzione diventa quasi un delirio. Non c’è consapevolezza del proprio funzionamento maladattivo, perché i sintomi sono egosintonici: sono visti come aspetti della propria personalità, e non come sintomi di una patologia. Il complottista si sente minacciato e cerca di trovare la fonte di questa minaccia, di darle un nome. Identificandola, cerca di combatterla usando la tastiera del pc. Questi sintomi possono far pensare al disturbo paranoico.
C’è un’importante differenza: il paranoico sente il proprio sé minacciato, è egocentrico, mentre il complottista è egoista e ciò lo gratifica. Il paranoico lotta per non percepire la sua vulnerabilità, che lo fa sentire debole, il complottista usa la paranoia per sentirsi sicuro e dominate. Il paranoico vuole liberarsi dal senso di minaccia personale, il complottista lo vuole alimentare negli altri.
I complottisti non chiedono aiuto, perché sono loro a darlo!

Come mai ci crediamo? La mente umana è attratta dal mistero, da cose che non riusciamo a spiegarci, perché la nostra mente vuole capire e dare un significato alla realtà che ci circonda. La vuole conoscere.
La mente umana è curiosa, vuole conoscere il reale, ma soprattutto ciò che ci riguarda e riguarda gli altri. La mente umana è anche suggestionabile, per questo l’ipnosi funziona. Capace di vedere cose dove non ci sono. Un fantasma in un repentino cambio di luce. Un vaccino come inutile, perché la malattia da cui di protegge non registra più casi da anni.
L’istinto di protezione è il più importante che abbiamo, è quello che ci salvava la vita dalle fiere quando vivevamo nelle grotte, che ci fa coprire quando fa freddo, che ci fa tenere per mano i nostri figli quando attraversiamo la strada. Attiviamo lo stento istinto verso le cose che possediamo: il fuoco, il cibo cacciato. Proteggiamo la nostra casa e la nostra auto con l’antifurto. Proteggiamo soprattutto i nostri soldi.
Per cui tutte le notizie che parlano di cose poco chiare che possono danneggiare la nostra salute o i nostri beni attirano come calamite la nostra attenzione e siccome quando seguiamo le nostre emozioni possiamo trasformarci in creduloni, ecco che cominciamo a credere che la polvere presente nell’aria contenuta nella boccetta del vaccino sia più dannosa del morbillo, che il covid-19 sia stato prodotto in un laboratorio negli USA per attaccare l’economia cinese ed europea e renderci più dipendenti da loro, che la Nasa spruzza nel cielo scie chimiche velenose e che la pandemia da coronavirus non è mai stata dichiarata dall’OMS ecc.

Cosa fare? Verificare sempre le affermazioni “rivelatrici”, che le fonti siano attendibili e chiare. Controllare su siti specializzati nello sbufalare le notizie come butaq e medbunker, usare la ragione e farsi domande sull’obiettivo reale di chi has critto l’articolo.

dr.ssa Luigina Pugno

psicoterapeuta Torino, ipnosi Torino, EMDR Torino

Fonte: rosscupgraphic

Quando a fine gennaio vedevamo le immagini dalla Cina non riuscivamo ad empatizzare, assuefatti ai drammi, spettatori geograficamente lontani, straniati da qualcosa che non capivamo.

Da una parte una Cina in allarme, dall’altra l’OMS che tranquillizzava (così ho letto di recente).

Alcuni hanno attivato repentini comportamenti di protezione: raggiungere i familiari, svaligiare i supermercati e blindarsi in casa auto-prescrivendosi l’evitamento.

Ognuno sta rispondendo alla quarantena con il suo carattere: chi si incolla alla tv sovraesponendosi alle notizie e nutrendo l’ansia, chi si organizza lavoro/figli/tempo per sé, chi era abituato a muoversi comincia a patire le 4 mura, chi si trova di colpo tempo libero a lungo agoniato la prende come un’occasione per fare le cose che da tempo voleva fare. Il tutto a/da casa, chi ha cercato la vicinanza degli altri e chi si è isolato di più.

Le reazioni emotive sono le più disparate e le persone oscillano tra rabbia “dovevano fermarci prima”, paura “il signore in coda non aveva la mascherina”, paziente attesa “prima o poi passerà”, confusione “tamponi a tutti, no creiamo un vaccino, no  facciamo test anticorpali, no meglio cercare terapie…”.

Se prima affrontare una perdita, una malattia, la mancanza del lavoro era faticoso e destabilizzante, ma accadeva ad alcuni individui, che potevano essere sostenuti dagli altri, ora anche gli altri sono nella stessa situazione. Ma allo stesso tempo non ci si può aspettare che ci si senta uguali. Chi ha il cane, chi un genitore bisognoso lontano, chi fa un lavoro a rischio, chi in un mese ha perso tutto, chi ha o non ha un balcone.

La sfida è trovare un equilibrio tra l’appartenere alla collettività e la propria storia personale, tollerare la diversità e i bisogni del singolo.

Il covid-19 colpisce sistemi immunitari fisici diversi, sistemi immunitari psicologici diversi, sistemi economici diversi, sistemi governativi e sanitari diversi.

Cosa fare col proprio sistema immunitario psicologico? Come usarlo per rispondere alle richieste emotive?

Innanzitutto dobbiamo individuare quale emozione ci disturba e qual è la sua causa.

Se è la paura, di che cosa ho paura? Di ammalarmi? Di perdere il lavoro? Dell’isolamento?

Dobbiamo capire di che cosa abbiamo paura alla luce della nostra storia e della fase della vita in cui siamo.

Molte paure che vi verranno in mente c’erano già prima, ma ora sono amplificate.

Non dico che il covid-19 non sia la ragione della paura che accorcia il respiro e stringe la gola, dico che per affrontare i sentimenti dolorosi bisogna contestualizzarli nella storia di ognuno.

La preoccupazione che prova un genitore con figli piccoli, un adolescente, una coppia in quarantena o separata dalla quarantena, un anziano che ha imparato a fare le videochiamate per vedere i nipoti è diversa.

Tutti abbiamo un “sistema immunitario psicologico”. La nostra mente ha i suoi meccanismi di difesa. Chi ce li ha fragili sarà più soggetto a sviluppare ansia o depressione. Chi ce li aveva lì, lì per crollare potrà sviluppare un disturbo dell’adattamento. Chi ce li aveva funzionanti e flessibili continueranno a funzionare.

Poi ci sono quegli eventi che creano una frattura. Quelli che la mente non riesce ad elaborare, perché emotivamente troppo intensi. Eventi come una reale minaccia alla propria integrità fisica propria e di chi conosciamo (contrarre il virus, contrarlo e dover fare un ricovero), un lutto improvviso, l’impossibilità di vivere il cordoglio come si sarebbe fatto prima del covid-19. Eventi che aprono la strada al Disturbo post traumatico da stress.

Uno psicoterapeuta può aiutare il nostro sistema immunitario psicologico a funzionare meglio, o a riprendere a funzionare. Come? Utilizzando il colloquio, esercizi pratici, EMDR, ipnosi a seconda dei casi.

Ma se non senti la necessità di parlare con uno psicologo e desideri provare con il fai da te, ti consiglio il libricino della dottoressa Romagnoli, Covid-19: giorni di (stra)ordinario isolamento, edito da EPC, che ringrazio per gli spunti che mi ha dato per scrivere questo articolo.

Dr.ssa Luigina Pugno psicoterapeuta torino

t. 3288260495

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