Il perdono come strumento psicoterapeutico è’ uno strumento laico, che riguarda ogni essere umano, ma che ha attraversato le grandi religioni monoteiste e quella buddhista, fino a rimanere segnato per secoli solamente nelle loro mappe.

La ricerca scientifica sul perdono è cominciata infatti solo alla fine del secolo scorso.

Prima di parlare di come si può usare il perdono come strumento terapeutico dobbiamo prenderci un po’ di tempo per vedere come il tema del perdono è visto dalle quattro religioni più diffuse, perché ci sarà utile per capire cosa è emerso dalla ricerca psicosociale.

Le concezioni religiose del perdono sono interessanti, perché favoriscono la comprensione dei vari aspetti del perdono in ambito psicosociale. Per cominciare le credenze religiose favoriscono una predisposizione al perdono, ma sono anche illuminanti, perché toccano gli aspetti cruciali e controversi che ritroviamo nelle nozioni psicosociali di perdono.

Ora prendiamo le mappe delle religioni e cominciamo a familiarizzare con il sentiero del perdono.

Cominciamo a percorrere il sentiero del Buddhismo. Sulla sua mappa non troviamo concretamente la parola perdono, ma esso si manifesta in molti concetti fondativi di questa religione, come la legge del Karma, il non attaccamento agli oggetti materiali e immateriali, e le virtù della tolleranza e della compassione. Secondo la legge del Karma il bene o il male che facciamo ci tornerà indietro in questa vita e in quelle successive, perciò bisogna astenersi dal compiere azioni lesive o dal nutrire emozioni e pensieri ostili anche se giustificati. Aiuta l’uomo in questo scopo la virtù della tolleranza, che consiste nell’accettare e sopportare ogni forma di sofferenza, anche quella causata da altri uomini. La non accettazione aggrava il proprio karma perché fa da precursore a comportamenti lesivi come la ritorsione e a sentimenti che affliggono come il risentimento. Rimanere attaccati alle offese subite, portandole nel nostro presente attraverso la ritorsione e la rabbia, accrescerà l’infelicità in questa vita e in quelle future. La tolleranza è quindi un atto egoistico volto a portare benessere nell’offeso. Oltre ad essa, aiuta l’uomo nel ridurre la sofferenza, la virtù della compassione. Tolleranza e compassione non coincidono con il perdono, ma lo includono. La compassione è rivolta alle sofferenze altrui e non alle proprie. Attraverso la compassione l’aggressore è visto come una persona sofferente, che ha commesso un’azione ingiusta e che ha bisogno di aiuto (Dharmapada v 5).

Ritroviamo la compassione buddhista verso l’aggressore nel sentiero del perdono quando per raggiungere questo obiettivo, la persona cambia la propria visione dell’aggressore attraverso l’empatia.

Ora davanti a noi il sentiero si divede in tre rami, quelli delle tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, islamismo e cristianesimo, che più di altre hanno insistito sul tema del perdono.

In queste tre religioni i rapporti umani dovrebbero tendere a riprodurre la relazione ideale tra l’uomo e Dio, relazione in cui il perdono svolge un ruolo centrale. Anzi il perdono è il punto di partenza: come Dio perdona agli esseri umani le sue mancanze, così gli esseri umani dovrebbero perdonarsele reciprocamente. Come scrive l’evangelista Giovanni, Gesù disse “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (GV 8,7), ma nemmeno Gesù la scagliò. Per ottenere il perdono di Dio, bisogna perdonare. Poiché ogni essere umano è fallibile,ma fatto a immagine di Dio, è degno di rispetto.

Sulla mappa dell’ebraismo troviamo l’indicazione che il perdono deve essere meritato ed è quindi condizionato dal fatto che l’offensore si redima. Se non mostra pentimento il perdono è sconsigliato, perché esporrebbe ad altri atti ingiusti. Dall’altra parte, ottenere un perdono immeritato può incoraggiare il comportamento ingiusto. Ma se l’offensore si mostra pentito la vittima ha l’obbligo di perdonare. Nella Torah se il pentimento è autentico il colpevole mostra pubblicamente la sua colpa e dichiara di non commetterla più. Anche la vittima è obbligata a mostrare esplicitamente che non nutre più risentimento.

L’importanza data alla manifestazione della colpa e del perdono mette in luce l’aspetto interpersonale del perdono.

La tradizione ebraica ritiene che il comportamento manifesto possa favorire un cambiamento interiore, che manifestare pentimento e perdono portino a pentirsi e perdonare anche nel proprio cuore.

Proseguendo sulla mappa islamica troviamo un altro importante tema legato al perdono: la vendetta. L’islam ritiene la vendetta un comportamento legittimo, a condizione che sia proporzionata al torto subito. Poiché è difficile quantificare un’ingiustizia e una vendetta equa, è preferibile il perdono. Inoltre il perdono rende la vittima magnanima e la fa somigliare a Dio (Corano 42, 40)..

La vendetta è invece un peccato in ebraismo e cristianesimo.

Islam e cristianesimo sono invece concordi nel ritenere il perdono incondizionato e quindi indipendente dal pentimento e dal risarcimento.

Sulla mappa cristiana il perdono occupa più spazio. E’ la religione che più ha insistito su questo tema. Nella preghiera del padre nostro è descritto nelle parole: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (MT 6, 10-12). Lo stesso Gesù sulla croce prega Dio dicendo: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Nel Vangelo la parola perdono è la traduzione della parola greca aphiemi che significa mettere in libertà. Il perdono libera dalla colpa e dalla sofferenza. Finché non si perdona si rimane legati alle catene dell’attaccamento.

Il Vangelo ci dà anche una indicazione di quante volte dovremmo perdonare (MT 18, 21-35) “In quel tempo Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù gli rispose ”Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.

L’unica misura del perdono è che è senza misura.

Ancora l’evangelista Matteo scrive “Sapete che è stato detto: ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano” (MT 5, 43-44). Questo significa non portare rancore, non alimentare pensieri e sentimenti ostili, ma anzi di pregare anche per chi ci fa del male.

Con il sentiero del Cristianesimo si ritorna su quello buddhista.

Tutte e tre le grandi religioni monoteiste fanno incrociare i loro sentieri in un punto: il tema della riconciliazione.

La riconciliazione non è una condizione per il perdono. Ci può essere perdono senza riconciliazione, ma il perdono precede sempre la riconciliazione genuina.

Sulle mappe religiose troviamo gli stessi tempi inerenti il perdono riscontrati nella ricerca psicosociale: compassione, relazione interpersonale, riconciliazione, libertà dalla sofferenza e vendetta.

Anche se il buddhismo e le grandi religioni monoteiste cominciano con un uomo, non solo la religione ci ha parlato del perdono, lo hanno fatto anche due uomini, che non hanno dato origine ad alcuna religione, ma che si sono battuti per la libertà, ed hanno utilizzato il perdono per mettere fine alla schiavitù e all’odio. Questi due uomini sono Gandhi e Mandela.

Gandhi ha detto: “I deboli non perdonano mai. Il perdono è l’attributo dei forti” e Mandela ha detto: “Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. E’ per questo che il perdono è un’arma potente”.

Abbiamo camminato nella storia dell’etimologia e delle religioni. Sul sentiero del perdono abbiamo cominciato a confrontarci con altri importanti temi, che ora dobbiamo attraversare.

Se vuoi leggere com’è nato il perdono clicca qui

Cominciamo capendo cos’è e cosa non è il perdono.

Dr.ssa Luigina pugno

Author

1 Comment

Write A Comment