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Nella letteratura psicosociale manca una definizione concorde di cosa sia il perdono, ma ci sono dei punti di comunione.

Chi non sa cosa sia il perdono pensa che perdonare significhi:

  • Fingere che non sia successo nulla,
  • Mettersi nella condizione di essere feriti di nuovo,
  • Permettere all’altro, o a noi stessi, di non assumersi le proprie responsabilità,
  • Riconciliarsi con chi ci ha fatto del male
  • Rinunciare alla funzione catartica della vendetta

Il perdono non è:

  • Condonare, scusare, o giustificare, ma riconoscere che quello che è stato fatto era sbagliato e non deve ripetersi,
  • Dimenticare. Il perdono non produce amnesia, ma può modificare il modo in cui si ricorda il passato,
  • Giustificare, o ritenere quell’atto legittimo,
  • Condonare un’azione che ha portato a danni misurabili,
  • Scusare un’azione, che ha portato ad effetti negativi di modesta entità,
  • Un obbligo, ma una scelta.

Esiste anche lo pseudo perdono, che avviene quando si perdona una cosa di poco conto, per esempio quando si dice “ti perdono” per dimostrare la propria superiorità morale.

Che cos’è il perdono? La definizione che mi piace di più è quella di Enright, lo scienziato che ha maggiormente studiato questo tema: “il perdono è un dono che si fa a qualcuno che non se lo merita”.

Il perdono è:

  •  essenzialmente un processo che modifica e trasforma la persona che lo intraprende,
  • esso non modifica ciò che è successo, ma modifica il modo di vedere la persona nonostante quello che ha fatto;
  • inoltre diminuisce o elimina i sentimenti, i pensieri  e i comportamenti  negativi verso l’offensore,
  • il perdono porta a sviluppare sentimenti, pensieri e comportamenti positivi verso l’offensore,
  • permette di superare la rabbia, l’ira o il rancore. Siccome rimanere adirati dà potere a chi offende e nega la libertà alla vittima,
  • permette di uscire dallo status di vittima.

Quale rabbia permette di superare? Quella non sana, che è quella che dura nel tempo per una grande ingiustizia, o per tante piccole offese; quella diretta verso una o più persone e non verso il caso, o le circostanze; quella causata da una reale ingiustizia; quella che porta a comportamenti auto lesivi; quella che influisce sulla salute psicofisica.

Possiamo quindi dire che il perdono è motivato congiuntamente da due scopi; uno egoistico, portare serenità dentro di sé, ed uno altruistico, sgravare l’aggressore dal suo debito.

Prima di vedere le fasi che si attraversano durante il processo del perdono, facciamo chiarezza comprendendo la differenza tra condonare, scusare, giustificare e perdonare.

Come abbiamo detto prima il dono è un’azione che sancisce una relazione sociale di scambio. Il dono aggiunge qualcosa all’altro, potremmo dire che in un certo senso dando all’altro qualcosa in più rispetto a quello che aveva, lo arricchiamo. Quando l’altro non può dare nulla in cambio si crea un debito che può essere condonato. Quando l’azione dell’altro crea un danno misurabile, essa può essere scusata, la si può giustificare, cioè capire come mai è stata fatta, ma non si ritiene quell’atto legittimo, l’altro ne è sempre responsabile e deve assumersene la responsabilità. Quando l’azione lesiva riguarda un danno non quantificabile a livello materiale, ma è un danno esistenziale, esso non è più scusabile. L’inscusabile è perdonabile. Scriveva Jankelevitch: “L’azione che non trova avvocati per difenderla ha bisogno del perdono”.

L’azione della scusa e del perdono seguono vie diverse. La scusa calcola, misura i danni subiti e determina l’azione di scusare. Il perdono non è un prodotto razionale, non è frutto di un calcolo, è gratuito. Si perdona l’inscusabile per questo suscita una reazione di scandalo e per questo è difficile.

Il perdono si colloca nel tempo: guarda al passato senza poterlo cancellare, ma può far sì che gli effetti dell’azione (del male subito) mutino, che non produca rancore e di conseguenza altro male. Il rancore è il prodotto della memoria. Il perdono lavora sul rancore, sulle emozioni, non sulla memoria. Il tempo può far dimenticare l’evento, ma non cura le emozioni, solo il perdono può farlo. Solo il perdono risolve la rabbia e la sofferenza, blocca la spirale di odio e vendetta e porta la pace.

Possiamo paragonare il male ad un seme, che spesso dà un frutto: la vendetta, che come ogni frutto produce un nuovo seme e rende senza fine il ciclo male-vendetta. Il perdono non ha la capacità di annullare il seme del male, tuttavia può far sì che non nasca da esso il frutto della vendetta e altro male.

La ricerca psicosociale sulla vendetta conferma quanto appena detto. La vendetta non porta benessere a chi la attua. La vendetta e la sua pianificazione hanno un effetto boomerang. Se l’attuazione della vendetta può portare a conseguenze negative come l’odio tra famiglie (si veda in Romeo e Giulietta di Shakespeare i, o le continue vendette tra famiglie mafiose), problemi sociali, conseguenze legali e penali ecc., la sua pianificazione non è da meno. Da un punto di vista psicologico la persona rischia di rimanere intrappolata nella ruminazione rabbiosa. La ruminazione è il continuo ritornare della mente sugli eventi. In questo caso sulla ingiustizia subita e sull’offensore. Tale attività mentale si autoalimenta inasprendo lo stato mentale di partenza. La persona si ritrova consumata dalla rabbia. La ruminazione rabbiosa ha effetti anche sul fisico, perché disturba la qualità del sonno, e aumenta i livelli di cortisolo.

Anche quando si riesce ad attuare la vendetta, le ricadute psicologiche non sono positive.

Secondo la visione comune e occidentale la vendetta ha una funzione catartica rispetto alla sofferenza che si prova in seguito ad un’ingiustizia. Tale posizione è stata ampliamente smentita dalla ricerca scientifica (Bushman 2002). Sfogare la propria rabbia attraverso la vendetta la esacerba, perché porta ad un aumento della ruminazione sull’offensore. Negli esperimenti chi aveva perdonato aveva smesso di pensare all’accaduto, mentre chi aveva avuto la possibilità di vendicarsi aveva continuato a pensarci e a soffrirne. Credevano, a questo punto erroneamente, che se non l’avessero fatto si sarebbero sentiti peggio.

Quanto scoperto dalla ricerca sulla vendetta viene descritto in un episodio della seconda stagione della serie Glitch dove Kirstie ha la possibilità di vendicare il suo stupro e la sua morte, ma mentre sta per attuare la vendetta sul suo aggressore si rende conto che non avrebbe avuto nessuna funzione catartica e vi rinuncia.

Se non perdonare, o vendicarsi non ha effetti positivi, quali effetti positivi ha il perdono?

La ricerca psicosociale su chi perdona ha evidenziato effetti positivi a livello fisico, psicologico e interpersonale. A livello psicologico si sono evidenziati la diminuzione, o scomparsa di sentimenti, pensieri e comportamenti negativi verso l’offensore, e al contrario sviluppa sentimenti, pensieri o comportamenti neutri, o positivi verso di lui. A livello fisico migliora la qualità della vita e del sonno, i livelli di cortisolo, la pressione arteriosa, il sistema immunitario.

Va bene, ora che abbiamo capito cos’è il perdono e cosa non è, che il perdono non si attua con la formula “io ti perdono”, ma che è un processo di cambiamento, gli effetti negativi che il mancato perdono può avere sulla mia e altrui vita e gli effetti positivi che ha perdonare, come faccio a perdonare?

Leggi anche le Fasi del perdono secondo il dottor Enright

Dr.ssa Luigina Pugno

#perdono #terapiaperdono #vendetta

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2 Comments

  1. il perdono non è un concetto facilmente sintetizzabile,quindi immagino che il non scritto sia enormemente più grande di ciò che si legge nell’articolo.
    detto questo secondo me perdonare ha un’solo limite..l’amor proprio.il perdono o il non perdono è sempre basato su una convenienza personale sia essa morale o materiale;sulla condivisibilità o la correttezza di queste idee si può discutere.
    fatto stà che il perdono non modifica la cosa fondamentale:il comportamento altrui(e non mi riferisco al torto subito).
    le leggi vengono rispettate(in italia non tanto..a ragione!!)per la funzione punitiva ma in assenza di questa condizione credo che la reiterazione sia la strada più facilmente percorribile.
    se mi schiaffeggiano per farsi ragione,se un amico o una donna mi tradisce..il perdono non corregge nessuno di questi comportamenti futuri proprio perchè dall’altra parte l’idea che passa nella maggior parte dei casi è:”l’ho sfangata!”
    non voglio dire che bisogna usare la violenza o che non bisogna perdonare ..dico solo che non bisogna pensare che il perdono abbia lo stesso impatto anche su colui che il torto lo ha fatto e quindi se il prezzo del perdono è l’amor proprio non perdonare è probabilmente l’unica vera scelta giusta.

    • Luigina Pugno Reply

      Buonasera,
      grazie André per aver letto e commentato l’articolo.
      Leggo che ha compreso che il perdono è prima di tutto un regalo che si fa a sé stessi. Quando il perdono è frutto di un lavoro su di sé, per trasformare le emozioni spiacevoli e dare un senso all’accaduto, è come se fosse unidirezionale e per questo da solo non modifica il comportamento dell’altro.
      E’ come se lei dicesse che l’amor proprio, l’amore per sé stessi, funzioni come uno scudo protettivo, mentre il perdono toglie questo scudo e rende la persona più vulnerabile.
      Invece il perdono, permettendo di lasciare il passato nel passato, rende la persona emotivamente più forte, perché per affrontare il processo del perdono ci vuole coraggio e tanto amore per sé stessi.
      Dr.ssa Pugno

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