LA PERCEZIONE DEL RISCHIO: CORONAVIRUS VS CAMBIAMENTO CLIMATICO

Le ultime notizie pongono il Bel paese al terzo posto nel mondo come numero di contagi da Coronavirus.

Gli interventi dei Media e le decisioni del governo hanno aumentato la percezione del pericolo e spinto le persone a “saccheggiare” i supermercati in vista di una personale quarantena, o a dotarsi di mascherine idonee in caso di uscita dalla propria abitazione.

A livello globale si lavora per trovare una cura.

A livello nazionale le decisioni governative spingono al ribasso la già debole l’economia.

Il panico in Italia si è scatenato in una settimana circa.

I dati parlano chiaro. Basta consultare il Climate index risk per vedere come negli ultimi 20 anni i fenomeni climatici estremi siano aumentati notevolmente. Ricordiamo a tal proposito i ben 18 giorni di acqua alta a Venezia nel 2019, di cui 12 solo nel mese di novembre. Questi eventi così frequenti o non si sono mai verificati o non si sono verificati negli ultimi 50 anni. Le vittime per il cambiamento climatico, che causa gli eventi climatici estremi, sono state circa 500.000 nell’ultimo ventennio. 25.000 vittime all’anno. Solo in Italia ogni anno 80000 persone contraggono malattie dovute all’inquinamento dell’aria.

Il cambiamento climatico ha effetti anche sull’economia, perché i danni che causa sono stimabili in trilioni di dollari in perdite monetarie. Basti pensare agli effetti che ha sulle coltivazioni, evidenti anche su piccolissima scala. Infatti nel mese di gennaio 2020 mi sono ritrovata con la rucola che andava in fiore, cosa che di solito fa verso marzo/aprile!

Fonte: Luigina_Pugno

Eppure la mia rucola in fiore a gennaio non genera la stessa preoccupazione del coronavirus. Come mai?

La risposta dipende da come le persone costruiscono di cosa avere paura. Fare divulgazioni con un linguaggio razionale seppur corretto può non essere efficace, in quanto le paure si nutrono di immaginazione. Ad esempio se io immagino di incontrare un cane, costruirò quell’incontro sulla base delle mie esperienze e di quello che so dei cani, posso quindi raffigurarmi un cane che scodinzola, o un cane che ringhia. Poiché la paura si nutre di immaginazione l’evento che mi prefiguro potrà essere sottostimato o sovrastimato e di conseguenza avrò dei comportamenti più o meno adeguati, indipendentemente dal fatto che le statistiche dicano che è più facile essere aggrediti da un altro essere umano, che da un cane.

Se devo decidere se avere più paura del coronavirus o dei cambiamenti climatici userò alcuni fattori, quali: tempo, spazio, ricadute sul territorio dove vivo.

Il coronavirus si è manifestato in un tempo più breve rispetto ai cambiamenti climatici, in uno spazio facilmente identificabile (Cina, Corea del sud, Italia) ed è più facile riconoscerne visibilmente gli effetti nel territorio dove vivo (persone con mascherine sul volto), rispetto alla rucola in fiore a gennaio sul mio balcone (che non affaccia nemmeno sulla strada principale).

I comportamenti che devo attuare per evitare il contagio sono semplici e temporanei (lavarmi le mani, starnutire e tossire con la mano davanti alla bocca, non uscire se sono malata), mentre quelli per combattere il cambiamento climatico riguardano il cambiamento radicale del mio stile di vita (muovermi a piedi e in bicicletta, usare i mezzi pubblici, fare la doccia invece del bagno caldo e profumato ecc).

Inoltre i cambiamenti non li devo attuare solo io, ma la stragrande maggioranza delle persone.

Se è difficile convincere una persona a chiudere il rubinetto mentre si lava i denti, lo è esponenzialmente molto di più convincere le masse.

Affinché ciò avvenga i nostri governanti dovrebbero fare leggi impopolari, indipendentemente dal futuro esito delle elezioni.

A voi trarne le conclusioni.

Dr.ssa Luigina Pugno

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