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Tema Alimentare Archivi - Dott.ssa L. Pugno Psicoterapeuta a Torino
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Tema Alimentare

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Tutti quanti sentiamo la necessità di rilassarci e calmare l’ansia per motivi diversi: affrontare una prestazione in modo più tranquillo, favorire il sonno, godere della situazione senza venire distratti dall’emotività.

Innanzitutto va detto che è assolutamente normale agitarsi e provare ansia, o paura. La paura è un’emozione primaria importantissima per la sopravvivenza ed è quindi l’emozione che si prova più di frequente.

Viene innescata quando il cervello percepisce una situazione realmente, o potenzialmente pericolosa. Può essere una situazione che mette a rischio la nostra vita, la salute fisica, il corpo, le relazioni, ma può anche mettere a rischio aspetti di noi meno concreti come l’autostima, come veniamo percepiti dagli altri, ecc.

Spesso considerata un fastidio, qualcosa da eliminare, o da comprendere, l’ansia è in realtà una nostra alleata, perché ci dice che c’è qualcosa che non va bene per noi e ci permette, una volta individuata, di correggere il nostro comportamento e poter stare bene.

Le strategie per calmare l’ansia vengono organizzate in 3 categorie di livello chiamate Mastery.

La mastery di 1 livello comprende tutte quelle azioni che agiscono sul corpo per modificare a livello fisico la percezione dell’emozione.

La mastery di 2 livello comprende le azioni che agiscono sull’emozione attraverso il pensiero.

La mastery di 3 livello comprende ciò che può portare ad una maggiore conoscenza dell’emozione e del suo significato.

In questo articolo vi parlerò di 3+1 modi per utilizzare la mastery di primo livello.

Uno dei metodi più veloci per agire sulla percezione fisica dell’ansia è assumere dei farmaci.

Se non vogliamo assumere farmaci si può calmare l’ansia attraverso la respirazione. I metodi per farlo possono essere diversi, eccovi i 3 più diffusi.

Primo metodo: respirare lentamente in un sacchetto di carta. In questo modo diminuisce la concentrazione di ossigeno nel sangue e aumenta quella di anidride carbonica, che ha un effetto rilassante sulla muscolatura. E’ opportuno alternare la respirazione nel sacchetto, a quella normale. Per esempio respirando 1 minuto nel sacchetto e 1 minuto normalmente.

Perché funziona? Perché quando si va in ansia si tende a respirare velocemente inalando molto ossigeno, ma buttando fuori tutta l’anidride carbonica. In questo modo l’ossigeno non viene ceduto alle cellule presenti nell’emoglobina per carenza di anidride carbonica, questo porta alla sensazione di vertigini, testa vuota, confusione. Respirando nel sacchetto immetto più CO2, i muscoli si rilassano e l’ansia di calma.

Secondo metodo: la respirazione diaframmatica. Con questo tipo di respirazione riempio tutti i polmoni. Si fa respirando in modo opposto a quello naturale: quando inspiro riempio la pancia, trattengo per 2/3 secondi e quando espiro svuoto la pancia.

Perché funziona? Quando ci agitiamo cominciamo a respirare con la parte alta dei polmoni, inspirando sempre meno aria. Questo manda in allarme il cervello che pensa che ci sia poca aria da respirare, o che lo si stia facendo perché si sta scappando da un predatore. Questa respirazione “alta” è responsabile della sensazione di fame d’aria. Con la respirazione diaframmatica all’opposto, si respira con tutto il polmone. Il cervello capisce che non c’è un pericolo e calma l’ansia.

Terzo metodo: metodo della respirazione quadrata (Sama vritti pranayama). Consiste nel far durare le 4 fasi della respirazione lo stesso numero di secondi. Durante la fase in cui si trattiene il respiro non si deve provare fastidio quindi bisogna scegliere un numero di secondi che sia adeguato per noi. Ripetere l’esercizio per 10 volte e poi respirare normalmente.

Perché funziona? Questo tipo di respirazione regolarizza la presenta di ossigeno e anidride carbonica nel sangue. Inoltre la mente dovendosi focalizzare sul respiro e sul conteggio viene meno distratta dai pensieri ansiogeni e si calma.

Questi metodi agiscono solo sul respiro e quindi rientrano nella Mastery di 1 livello.Un metodo molto efficace di rilassare il corpo e la mente e che rientra sia nella Mastery di 1 e 2 livello è il Training autogeno. Il training autogeno coinvolgendo sia il corpo, sia la mente ha un’efficacia maggiore rispetto ai metodi che agiscono solo sul corpo

Fonte: L. Pugno con clipsart

La gravidanza è generalmente un periodo di gioia, aspettativa, ma anche nelle migliori circostanza, aspettare un bambino porta anche apprensione verso ciò che può accadere durante e dopo la gravidanza.

Indipendentemente dalla felicità che provi, l’incertezza genera sempre un po’ d’ansia. In più durante la pandemia con cui tutti abbiamo a che fare, insieme alle normali ansie c’è la paura di contrarre il virus, e non sorprende che così tante future mamme si preoccupino più che mai.

Anche se non si è alla prima gravidanza, e si sa cosa aspettarsi, il fatto di essere incinte durante una pandemia è decisamente qualcosa di nuovo.

Che tu stia aspettando il primo, il secondo o il terzo figlio, la pandemia ti ha tolto molte cose che prima erano consuete: il corso preparto con altre mamme con cui confrontarsi, la festa per l’arrivo del nascituro, gli acquisti di ciò che ti servirà in ospedale. tutte queste cose sono state forse sostituite da pressione emotiva.

Come rimanere calmi e radicati per garantire nutrimento emotivo al nascituro con il minor stress possibile?

Probabilmente ti sei ritrovata in quarantena in una abitazione che non è la tua solita ed hai dovuto cambiare dottore. E’ importante prendersi il tempo per trovare una nuova ginecologa con cui sentirti a tuo agio.

Anche se sei rimasta a casa ed hai sempre la tua ginecologa, la tua esperienza delle visite di controllo sarà differente. Niente sala d’attesa con altre persone, forse potrai entrare solo tu a fare il controllo. Protette dalle mascherine non potrai cogliere le espressioni rassicuranti del viso della dottoressa, che arrivano a calmare il cuore, prima e più efficacemente delle parole. Il tempo della visita sarà ridotto per limitare l’esposizione al virus.

Informati prima sulla nuova prassi, in modo da essere preparata, ed evitare delusioni. Pensa e segnati prima le domande che vuoi fare al dottore.

Potresti trovarti a fare code per effettuare gli esami di controllo come urine e sangue, potresti stare in piedi anche per un’ora in coda. Informati prima se puoi andare su appuntamento e se possono inviarti gli esiti via mail, o se puoi scaricarli dal sito.

Cerca di fare del tuo meglio per rimanere positiva e focalizzata sull’obiettivo: abbracciare tuo figlio.

Più sentirai di avere potere decisionale, più ti sentirai meglio. Probabilmente in sala parto sarai da sola, ma puoi chiedere se sarà possibile che tuo marito o tua mamma siano presenti in videochiamata.

Minimizzare le sorprese riduce l’ansia.

Se senti la necessità di prepararti al parto, non solo dal punto di vista medico e organizzativo, ma anche emotivamente, puoi frequentare online il mio corso preparto.

In questo corso imparerai a meditare per ridurre lo stress, ed essere più in contatto con il tuo corpo e il tuo bambino. Imparerai anche ad utilizzare l’autoipnosi per calmarti, controllare il dolore e prepararti al parto con il giusto atteggiamento di accoglienza verso la vita.

Dottoressa Luigina Pugno

luiginapugno@gmail.com t. 3288260495

psicoterapeuta torino, ipnosi torino, mindfulness torino

 

Le ultime notizie pongono il Bel paese al terzo posto nel mondo come numero di contagi da Coronavirus.

Gli interventi dei Media e le decisioni del governo hanno aumentato la percezione del pericolo e spinto le persone a “saccheggiare” i supermercati in vista di una personale quarantena, o a dotarsi di mascherine idonee in caso di uscita dalla propria abitazione.

A livello globale si lavora per trovare una cura.

A livello nazionale le decisioni governative spingono al ribasso la già debole l’economia.

Il panico in Italia si è scatenato in una settimana circa.

I dati parlano chiaro. Basta consultare il Climate index risk per vedere come negli ultimi 20 anni i fenomeni climatici estremi siano aumentati notevolmente. Ricordiamo a tal proposito i ben 18 giorni di acqua alta a Venezia nel 2019, di cui 12 solo nel mese di novembre. Questi eventi così frequenti o non si sono mai verificati o non si sono verificati negli ultimi 50 anni. Le vittime per il cambiamento climatico, che causa gli eventi climatici estremi, sono state circa 500.000 nell’ultimo ventennio. 25.000 vittime all’anno. Solo in Italia ogni anno 80000 persone contraggono malattie dovute all’inquinamento dell’aria.

Il cambiamento climatico ha effetti anche sull’economia, perché i danni che causa sono stimabili in trilioni di dollari in perdite monetarie. Basti pensare agli effetti che ha sulle coltivazioni, evidenti anche su piccolissima scala. Infatti nel mese di gennaio 2020 mi sono ritrovata con la rucola che andava in fiore, cosa che di solito fa verso marzo/aprile!

Fonte: Luigina_Pugno

Eppure la mia rucola in fiore a gennaio non genera la stessa preoccupazione del coronavirus. Come mai?

La risposta dipende da come le persone costruiscono di cosa avere paura. Fare divulgazioni con un linguaggio razionale seppur corretto può non essere efficace, in quanto le paure si nutrono di immaginazione. Ad esempio se io immagino di incontrare un cane, costruirò quell’incontro sulla base delle mie esperienze e di quello che so dei cani, posso quindi raffigurarmi un cane che scodinzola, o un cane che ringhia. Poiché la paura si nutre di immaginazione l’evento che mi prefiguro potrà essere sottostimato o sovrastimato e di conseguenza avrò dei comportamenti più o meno adeguati, indipendentemente dal fatto che le statistiche dicano che è più facile essere aggrediti da un altro essere umano, che da un cane.

Se devo decidere se avere più paura del coronavirus o dei cambiamenti climatici userò alcuni fattori, quali: tempo, spazio, ricadute sul territorio dove vivo.

Il coronavirus si è manifestato in un tempo più breve rispetto ai cambiamenti climatici, in uno spazio facilmente identificabile (Cina, Corea del sud, Italia) ed è più facile riconoscerne visibilmente gli effetti nel territorio dove vivo (persone con mascherine sul volto), rispetto alla rucola in fiore a gennaio sul mio balcone (che non affaccia nemmeno sulla strada principale).

I comportamenti che devo attuare per evitare il contagio sono semplici e temporanei (lavarmi le mani, starnutire e tossire con la mano davanti alla bocca, non uscire se sono malata), mentre quelli per combattere il cambiamento climatico riguardano il cambiamento radicale del mio stile di vita (muovermi a piedi e in bicicletta, usare i mezzi pubblici, fare la doccia invece del bagno caldo e profumato ecc).

Inoltre i cambiamenti non li devo attuare solo io, ma la stragrande maggioranza delle persone.

Se è difficile convincere una persona a chiudere il rubinetto mentre si lava i denti, lo è esponenzialmente molto di più convincere le masse.

Affinché ciò avvenga i nostri governanti dovrebbero fare leggi impopolari, indipendentemente dal futuro esito delle elezioni.

A voi trarne le conclusioni.

Dr.ssa Luigina Pugno

psicoterapiasessuologiatorino.it

Fonte: pixabay

Se ti interessa vivere gravidanza e parto in modo sereno, e migliorare il legame mamma figlio puoi partecipare al Programma Mindfulness di riduzione dello stress. Trovi le informazioni qui.

Gli esseri umani si sono sempre impegnati per alleviare le loro sofferenze fisiche (fame, stare al riparo, malattie ecc) ed emotive.

Ha così sviluppato l’allevamento, l’agricoltura, la società, i farmaci, la psicoterapia e la meditazione.

La meditazione di mindfulness è il fulcro centrale della psicologia buddhista ed è il suo metodo per alleviare la sofferenza umana.

Questo metodo (o pratica) è stato portato negli Stati Uniti da Jon Kabat Zinn nel 1979, come terapia complementare transdiagnostica.

Inizialmente è stata applicata su pazienti con patologie fisiche che non ricevevano significativi miglioramenti con le terapie farmacologiche. Ad esempio: dolore neurologico, insonnia, sindrome del colon irritabile ecc.

Nel corso degli anni Jon Kabat Zinn ha sviluppato il Protocollo di riduzione dello stress in 8 incontri (MBSR) al fine di aiutare tutti coloro che provano sofferenza fisica.

Da allora molti studi scientifici sono stati fatti per conoscere gli effetti della mindfulness sulla salute fisica ed emotiva di chi la pratica, ed i risultati sono stati positivi.

Che cosa significa Mindfulness?

Mindfulness è un termine inglese con cui si indica la piena consapevolezza di sé nel qui e ora.
Essa
ha come obiettivo il divenire sempre più consapevoli della propria esperienza, con un atteggiamento intenzionale, accogliente e non giudicante verso pensieri, emozioni, sensazioni corporee.

Quali benefici porta praticarla?

Gli effetti positivi sono oramai ampiamente documentati su numerose patologie quali insonnia, dolore cronico, ipertensione, stress, disturbi alimentari, d’ansia e depressivi, difficoltà di attenzione e concentrazione.

Perché è utile praticarla in gravidanza?

Durante la gravidanza avvengono numerosi cambiamenti ormonali, che provocano effetti sull’umore, sull’appetito e sul sonno.

Sono ben noti a tutti i futuri papà i cambiamenti che gli ormoni provocano sulle compagne: umore altalenante, che passa da calmo, a triste, ad ansioso, a rabbioso; o picchi emotivi di rabbia, ansia o tristezza.

L’appetito può aumentare a causa degli ormoni insulino simili, o diminuire a causa della nausea e del vomito.

Il sonno può passare dall’ipersonnia del primo trimestre alle continue interruzioni dell’ultimo.

La presenza di un peso (feto e liquido amniotico) concentrato su una sola zona del corpo a lungo andare infiamma la zona pelvica e crea dolori alla schiena e alle articolazioni.

In particolare, col progredire della gravidanza, si ha un progressivo innalzamento dell’ormone cortisolo, chiamato comunemente ormone dello stress.

Gli studi di Vieten e Astin (2008) mostrano che le mamme che hanno seguito il MBSR in gravidanza avevano un tono dell’umore migliore del 20-25% rispetto al gruppo di controllo.

Qual è il periodo migliore per praticare la Mindfulness in gravidanza?

Gli studi di Ancora, Beddoe et all (2009) hanno dimostrato che il periodo migliore per praticare la Mindfulness è durante il secondo trimestre di gravidanza (dalla 25esima alla 32esima settimana di gestazione).

Seguire il Protocollo di riduzione dello stress nel secondo trimestre ha effetti positivi fifici ed emotivi sul terzo trimestre di gravidanza; effetti che non si riscontrano in gruppi di controllo che non hanno seguito il protocollo, o che lo hanno fatto nel primo trimestre.

Praticarla nell’ultimo trimestre ha comunque effetti positivi, sebbene un po’ inferiori, sul termine della gestazione, sull’andamento del parto e sul post partum.

Quali altri effetti positivi si possono avere?

La diminuzione dello stress, riscontrabile nella diminuzione del cortisolo, permette la vasodilatazione e con essa un miglior afflusso del sangue verso il feto e i muscoli del perineo, ed una migliore efficacia dell’ossitocina (“ormone del parto”).

Allenare la mente ad essere consapevole della propria esperienza e a lasciarsi andare a vivere l’esperienza del presente permette alle mamme di essere più partecipi e collaborative durante il parto.

Si è infatti visto che la difficoltà a lasciar andare il bambino per più o meno consapevoli paure del dolore e dei cambiamenti di vita post partum porta a gravidanze che superano la 40esima settimana e a parti indotti.

Questi effetti positivi portano ad avere un travaglio più corto, più partecipato e meno doloroso.

Quali effetti si riscontrano sulla relazione madre-figlio?

Una mamma che sta bene e che ha potuto vivere la nascita in modo partecipe, con uno stress contenuto accolgo più facilmente il neonato nella loro vita quotidiana e mentale, e sopportano meglio le fatiche legate a questo importante cambiamento di vita.

Se provi vergogna del tuo corpo, delle tue pulsioni sessuali, o mentre vivi il sesso, non continuare a trascinarti questo spiacevole vissuto, contattami! tel 3288260495 mail: luiginapugno@gmail.com

La vergogna viene definita come il profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole: sentire, avere, provare v. di qualche cosa ecc.

Questo sentimento nasce nella relazione con l’altro. Ha ragione d’essere quando ci rendiamo conto che le nostre azioni sono state sbagliate e hanno anche fatto soffrire l’altro, ma talvolta ci si sente così non in seguito ad una precisa azione, ma in generale. Quando la si prova in generale nelle proprie azioni, nel proprio modo d’essere, in un certo ambito come la sessualità, allora è segno che qualcosa nelle nostre relazioni d’infanzia non ha funzionato, e che quel qualcosa ce lo stiamo trascinando anche da adulti.

La vergogna spesso produce ritiro, non esposizione a situazioni temute, comportamenti di sottomissione, azioni non appropriate (autolesionismo) legate a sentimenti/idee negative verso di sé e talvolta a reazioni aggressive verso l’altro.

La vergogna nella sessualità può essere la conseguenza dell’educazione sessuale implicita o esplicita che abbiamo ricevuto. Se la sessualità è stata presentata come qualcosa di sporco o pericoloso, o di non appropriato può portare nel soggetto in crescita a sviluppare la credenza che le naturali pulsioni sessuali che esperisce siano sbagliate, con conseguente sentimento di vergogna e rimozione o deviazione della pulsione sessuale.

Per esempio La reazione del padre di una mia paziente alla sua naturale pulsione sessuale che la portava alla masturbazione era stata di rimprovero, controllo e divieto. I controlli potevano anche essere umilianti. tutto ciò la portò a vergognarsi delle proprie pulsioni sessuali e a concedersi la sessualità solo se “costretta” dall’altro in rapporti sadomaso.

In un altro paziente la mamma chiedeva al figlio di ammettere quando aveva fatto “cose sporche” e poi lo sgridava. Di conseguenza ha sviluppato paura della sessualità, vista come pericolosa per la relazione e la stima di sé.

Altre volte la vergogna deriva da commenti poco gradevoli sulla nostra fisicità, che può portare a voler avere rapporti sessuali sempre con la luce spenta, o senza scoprirsi del tutto, o vietando al partner il contatto con alcune zone del corpo.

Ci sono ancora situazioni in cui la presenza di vergogna associata alla sessualità indicano che c’è stato un abuso sessuale, talvolta associato ad una qualche eccitazione sessuale. Nell’abuso sessuale la colpa e la vergogna sono frequenti e intense. La vergogna comporta la rimozione del ricordo, o dissociazione di alcune parti dell’accaduto nella memoria, come difesa della mente da esperienze emotive soverchianti.

Va qui detto che quando il corpo viene toccato correttamente, quel tocco genera un riflesso di piacere, per cui anche durante un abuso sessuale che provoca paura, umiliazione ecc, se il corpo viene toccato correttamente può esserci come riflesso fisico una risposta di piacere. Questo non significa che l’abuso sessuale sia sempre un’esperienza potenzialmente devastante per chi la vive!

Chi si trova a viversi come un soggetto vergognoso, da criticare in generale, o nella sessualità necessita di un terapeuta che lo aiuti ad elaborare gli episodi che lo hanno portato a viversi in questo modo, e/o a viversi così nella sessualità.

Dr.ssa Luigina Pugno sessuologa a Torino.

BIBLIOGRAFIA

Isola e Maccarrone, EMDR e distrubi sessuali, ed. Astrolabio

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Cosa sono e quali sono i disturbi alimentari?
I Disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono caratterizzati da un’alterazione nell’assunzione dei quantitativi di cibo, che una persona dovrebbe assumere nell’arco della giornata, o da un’alterazione della percezione della salubrità del cibo.
Quando l’alterazione riguarda la quantità di cibo assunta i disturbi possono essere: Anoressia, Bulimia, Binge eating disorder (BED), condotta alimentare restrittiva.
Quando l’alterazione riguarda la salubrità del cibo si parla di Ortoressia.

Quali sono le caratteristiche distintive?
Nell’Anoressia il quantitativo di calorie ingerite è decisamente inferiore al fabbisogno giornaliero. Nella Bulimia il quantitativo di calorie ingerite avviene in gran quantità in un breve asso di tempo, si ha quella che viene chiamata abbuffata o crisi bulimica. Una ulteriore caratteristica che accomuna questi 3 disturbi è la presenza di pensiero ruminativo intorno ai temi del peso corporeo, forme del corpo, diete e cibo in generale. Per evitare un aumento di peso reale, o temuto chi soffre di anoressia e bulimia mette in atto condotte compensative quali: digiuno, uso di farmaci, attività sportiva finalizzata a questo scopo e/o vomito).
Nel BED il quantitativo di calorie assunto è decisamente superiore al fabbisogno giornaliero e non è seguito da condotte compensative.
Ciò che caratterizza questi disturbi è la presenza pensiero ruminativo, vissuti di indegnità, vergogna e schifo, preoccupazione eccessiva del giudizio altrui, scarsa consapevolezza di sé e del propriostile alimentare, pensiero dicotomico (conosciuto come “o bianco, o nero; o tutto o niente”).

Come viene fatta la diagnosi?
Per fare diagnosi, secondo il nuovo DSM V, non ci si focalizza più su una perdita o aumento di peso importanti in un certo arco di tempo precedentemente individuato in 6 mesi, in quanto al giorno d’oggi assistiamo alla presenza di Anoressia e Bulimia in persone normopeso, oppure di una perdita o aumento di peso lenta e costante.
Si valuta quindi lo stile alimentare e i vissuti ad esso associati, lo stile cognitivo, la presenza o meno di attività compensative, il livello di consapevolezza del proprio disturbo.
Si possono anche utilizzare test specifici.

Quali sono i segnali a cui si deve fare attenzione?
Inizialmente  l’alterazione del comportamento alimentare non viene visto come problematico in quanto fa sentire la persona in grado di gestire la problematica emotiva o relazionale in corso. Anche quando i sintomi possono essere visibili la persona può non accorgersene, proprio per gli effetti positivi che il comportamento ha. Quindi si può percepire che qualcosa non vada, ma non averne la piena consapevolezza.
Vediamo insieme quali segnali possono far sospettare che ci si stia avviando verso un disturbo alimentare, o che il disturbo sia già in atto (metto insieme quelli dell’anoressia e della bulimia, perché spesso chi soffre di bulimia ha anche crisi bulimiche):

1 abitudini alimentari insolite: digiuno programmato,  salto del pasto, esclusione di una certa categoria di cibi (dolci, carboidrati, proteine, cibi cucinati in un certo modo), predilezione per una certa categoria di cibi (dolci, carboidrati, grassi, cibi non cucinati), masticare più lentamente o velocemente, dividere il cibo in piccoli pezzi o mangiarlo a grandi morsi;
2 rifiuto di inviti dove ci sarà cibo, o si accetta l’invito, ma l’evento viene vissuto con disagio;
3 attività fisica finalizzata alla perdita di peso quando non è necessario, o fatta in orari e modalità “strane”. Per esempio dopo cena, o con pesi avvolti intorno agli arti;
4 bere molto, per sentire lo stomaco pieno o per facilitare il vomito;
5 pesarsi più volte nel corso della settimana o del giorno;
6 fare il check del proprio corpo;
7 ignorare o non percepire più correttamente i segnali fisici di fame e sazietà;
8 non collegare all’alterazione alimentare le alterazioni fisiche che si presentano: alterazione nel ciclo mestruale, pelle secca, freddo, dolori, unghie fragili, sudorazione eccessiva, pancia gonfia, stitichezza, difficoltà cognitive (memoria e concentrazione), alterazione del sonno;
9 alterazioni emotive: tristezza, irritabilità, ansia eccessiva.

Quali sono le possibili terapie?
Purtroppo le persone con un disturbo alimentare tendono a chiedere aiuto dopo anni di malattia e ad intraprendere seriamente un percorso terapeutico dopo diversi tentativi, che possono andare da ripetute diete, a ripetuti tentativi di iniziare una psicoterapia.
Gli interventi possono essere di diverso tipo a seconda della gravità del disturbo:
1 rivolgersi ad un nutrizionista o dietologo per impostare un piano alimentare
2 intervento psicologico individuale e/o di gruppo
3 intervento farmacologico
4 ricovero breve o prolungato
5 chirurgia bariatrica
Purtroppo questi interventi se non sono abbinati ad una psicoterapia sono più che altro destinati al fallimento!
I disturbi alimentari sono diventati sempre più complessi per cui la sola terapia vis a vis può rivelarsi molto lunga o inefficace. Vanno quindi abbinate altre tecniche psicoterapeutiche come l’EMDR, la Mindful eating o l’ipnosi.

Se ti sei riconosciuto in quanto ai letto non esitare a contattarmi
tel 3288260495
mail luiginapugno@gmail.com
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Prima di procedere con la Cura del DOC, fai il test per capire qual è l’intensità del tuo disturbo.

Pensieri ossessivi

Considerate gli ultimi sette giorni (compreso oggi) e indicate una risposta per ogni domanda.

  1. Quanta parte del vostro tempo è occupata da pensieri ossessivi? Con quale frequenza si presentano?

0 = Nessuna – Se avete indicato 0 come risposta, indicate 0 anche per le domande 2, 3, 4, 5 e passate alla domanda 6.

1 = Meno di 1 ora al giorno o con intrusioni occasionali (non più di 8 volte al giorno).

2 = 1-3 ore al giorno o con intrusioni frequenti (più di 8 volte al giorno ma i pensieri non occupano la maggior parte della giornata).

3 = 4-8 ore al giorno o con intrusioni molto frequenti (più di 8 volte al giorno e i pensieri occupano la maggior parte della giornata).

4 = Più di 8 ore al giorno o con intrusioni pressoché costanti (troppe per essere contate e raramente trascorre un’ora senza che siano presenti molte ossessioni).

  1. Quanto interferiscono i pensieri ossessivi nella vostra vita sociale o lavorativa? (Se attualmente non lavorate, pensate a quanto le ossessioni interferiscono con le vostre attività quotidiane. Pensate se c’è qualcosa che non fate, o che fate meno, a causa delle ossessioni.)

0 = Nessuna interferenza.

1 = Lieve interferenza con le attività sociali o lavorative ma, nel complesso, nessuna riduzione delle prestazioni.

2 = Chiara interferenza di grado medio con le prestazioni sociali o di lavoro, ma ancora controllabile.

3 = Grave interferenza, che provoca una sostanziale riduzione delle prestazioni sociali o di lavoro.

4 = Interferenza grave e invalidante.

  1. Quanta sofferenza vi provocano i pensieri ossessivi?

0 = Nessuna.

1 = Sofferenza lieve, rara e non troppo fastidiosa.

2 = Sofferenza media, frequente e fastidiosa, ma ancora controllabile.

3= Sofferenza grave, molto frequente, molto fastidiosa.

4 = Sofferenza estrema, pressoché costante e invalidante.

  1. Quanto vi sforzate di resistere ai pensieri ossessivi? Con quale frequenza cercate di non far caso ad essi quando vi invadono la mente o di distogliere la vostra attenzione? (Non è importante sapere quanto riusciate a controllare i vostri pensieri, ma solo quanto o con quale frequenza cercate di farlo.)

0 = Cerco sempre di resistere (oppure le ossessioni sono così lievi che non c’è bisogno di resistere attivamente ad esse).

1 = Cerco di resistere la maggior parte delle volte (cioè per più di metà del tempo).

2 = Compio un certo sforzo per resistere.

3 = Lascio che le ossessioni mi invadano la mente senza cercare di controllarle, tuttavia lo faccio con una certa riluttanza.

4 = Cedo completamente e di buon grado a tutte le ossessioni.

  1. Quale grado di controllo esercitate sui vostri pensieri ossessivi?

Quanto riuscite ad interrompere o a deviare in altre direzioni i vostri pensieri ossessivi? (Se cercate di resistere raramente, pensate alle rare occasioni in cui avete realmente tentato di arrestare le ossessioni.) NOTA: non prendete in considerazione quelle ossessioni che vengono interrotte compiendo compulsioni.

0 = Controllo completo.

1 = Notevole controllo; di solito con un po’ di sforzo e una

certa concentrazione riesco a interrompere o a deviare le ossessioni.

2 = Controllo medio; talvolta riesco ad interrompere o a deviare

le ossessioni.

3 = Scarso controllo; raramente riesco ad arrestare le ossessioni

e posso distogliere l’attenzione solo con grande difficoltà.

4 = Nessun controllo; raramente riesco ad ignorare, anche solo

momentaneamente, le mie ossessioni.

Compulsioni

Considerate gli ultimi sette giorni (compreso oggi) e indicate una sola risposta per ogni domanda.

6. Quanto tempo trascorrete eseguendo azioni compulsive? Con quale frequenza mettete in atto compulsioni? (Se i vostri rituali riguardano attività della vita quotidiana, considerate quanto

tempo in più vi occorre per compiere le vostre attività abituali a causa dei rituali.)

0 = Nessuno. Se avete indicato 0 come risposta, indicate 0 anche per le domande 7, 8, 9 e 10.

1 = Meno di 1 ora al giorno viene impiegata nella messa in atto di compulsioni o nell’esecuzione occasionale di comportamenti compulsivi.

2 = 1-3 ore al giorno vengono impiegate nella messa in atto di compulsioni o nell’esecuzione frequente di azioni compulsive.

3 = Più di 3 e fino a 8 ore al giorno vengono impiegate nella messa in atto di compulsioni o nell’esecuzione molto frequente di azioni compulsive (più di 8 volte al giorno per la maggior

parte del tempo).

4 = Più di 8 ore al giorno vengono impiegate nella messa in atto di compulsioni o nell’esecuzione pressoché costante di azioni compulsive (troppe per essere contate e raramente passa un’ora senza che vengano eseguite varie azioni compulsive).

  1. Quanto interferiscono i comportamenti compulsivi con la vostra vita sociale o professionale? (Se attualmente non lavorate, pensate alle vostre attività quotidiane.)

0 = Nessuna interferenza.

1 = Lieve interferenza con attività sociali o di lavoro, tuttavia nel complesso le prestazioni non sono compromesse.

2 = Chiara interferenza di media gravità con le prestazioni sociali o di lavoro, ma ancora controllabile.

3 = Grave interferenza, compromissione sostanziale delle prestazioni sociali o di lavoro.

4 = Interferenza grave ed invalidante.

  1. Come vi sentireste se vi impedissero di compiere una o più azioni compulsive? Quale sarebbe il vostro grado di ansia?

0 = Nessuna ansia.

1 = Ansia solo lieve.

2 = L’ansia aumenterebbe ma sarebbe ancora controllabile.

3 = Aumento notevole e molto fastidioso dell’ansia.

4 = Ansia estrema e invalidante in seguito a qualsiasi intervento mirante a ridurre le compulsioni.

  1. Quanto vi sforzate di resistere alle compulsioni, o con quale frequenza cercate di interromperle? (Calcolate solo con quale frequenza o con quale intensità cercate di resistere alle vostre compulsioni, non quanto ci riuscite realmente.)

0 = Cerco sempre di resistere (o i sintomi sono così lievi che non c’è bisogno di resistere attivamente).

1 = Cerco di resistere il più delle volte (cioè per più di metà del tempo).

2 = Compio un certo sforzo per resistere.

3 = Cedo a quasi tutte le compulsioni senza tentare di controllarle, ma lo faccio con una certa riluttanza.

4 = Cedo completamente e di buon grado a tutte le compulsioni.

  1. Quale controllo esercitate sul vostro comportamento compulsivo? Quanto riuscite ad interrompere il rituale (o i rituali)? (Se cercate di resistere raramente, pensate a quelle rare occasioni in cui avete cercato veramente di interrompere le compulsioni.)

0 = Esercito un controllo completo.

1 = Di solito, con un po’ di fatica e di buona volontà, riesco ad interrompere le compulsioni o i rituali.

2 = A volte riesco ad interrompere il comportamento compulsivo, ma solo con difficoltà.

3 = Riesco solo a ritardare il comportamento compulsivo, ma alla fine devo portarlo a termine.

4 = Raramente riesco, anche solo momentaneamente, a ritardare l’esecuzione di un comportamento compulsivo.

A questo punto calcolate il punteggio ottenuto. Sommate i numeri riportati a fianco delle risposte prescelte (da 0 a 4) per le domande che vanno dalla 1 alla 5, ottenendo il punteggio totale per le ossessioni. Ripetete l’operazione sommando i numeri riportati a fianco delle risposte prescelte (da 0 a 4) per le domande che vanno dalla 6 alla 10, ottenendo il punteggio totale per le compulsioni. Infine sommate il totale delle ossessioni al totale delle compulsioni, per ottenere il totale generale.

Se avete ottenuto 0 o un punteggio molto basso nella scala delle compulsioni, ma un punteggio significativo (maggiore di 10) in quella delle ossessioni, soffrite probabilmente di un disturbo

ossessivo puro, che richiede quasi necessariamente l’intervento di uno psicoterapeuta.

Se non soffrite di ossessioni pure, fate riferimento a questa tabella per orientarvi:

punteggio totale

Y-bocs

Gravità del disturbo consigli

Meno di 10 Sintomi molto lievi Dovreste riuscire a controllare i sintomi con il solo programma di auto-aiuto

Da 10 a 15 Sintomi lievi È possibile, con un buon impegno, che riusciate a risolvere il vostro problema con il solo

programma di auto-aiuto

Da 16 a 25 Sintomi medio-gravi E’ raccomandabile un intervento professionale

Più di 25 Sintomi gravi È necessario un intervento psicoterapeutico e/o farmacologico